Il nucleo di maioliche esposte rappresenta un significativo insieme, ad oggi unico nel suo genere, di ceramiche prodotte in area senese nel Settecento. I manufatti, caratterizzati per la maggior parte da affinità morfologiche e stilistiche, sono quasi tutti inquadrabili entro la prima metà del XVIII secolo, e riconducibili a centri di fabbrica del territorio senese, in particolare alla vaseria di Fonte alla Vena in San Quirico, attiva da fine Seicento per quasi tutto il secolo successivo, o ad officine della città di Siena, sede di sette botteghe di vasai ad inizio Settecento, ridotte a tre/quattro intorno a metà secolo. Da sottolineare il “ritorno a San Quirico” di sei esemplari della raccolta, presentati alla storica mostra sulla Ceramica Chigiana tenuta a Palazzo Pretorio nel 1996.
UNA MANIFATTURA CERAMICA A SAN QUIRICO
A cavallo tra Sei e Settecento, mentre a Siena producevano ceramica sette botteghe di vasai, a San Quirico era attiva da tempo la vaseria ubicata in località Fonte alla Vena, proprietà della famiglia Chigi Zondadari. La fabbrica era già in esercizio e ben strutturata nell’aprile del 1693, periodo a cui risale una prima attestazione sulla sua attività, relativa alla produzione di maioliche dorate. L’impianto dell’officina, da collocare in tempi di poco precedenti, è tradizionalmente attribuito alla volontà del cardinale Flavio Chigi, anche se in seguito, dopo la sua morte nel settembre 1693, la vaseria verrà portata avanti dai nipoti, che ne affideranno la conduzione a maestri vasai di diversa provenienza. La manifattura rimane aperta per quasi tutto il XVIII secolo, raggiungendo l’apice qualitativo nella produzione con la gestione e le opere del pittore romano Bartolomeo Terchi (1717-1724).
MARIANO STICCOLI, PRIMO VASAIO A FONTE ALLA VENA
Il primo vasaio documentato presso la vaseria di Fonte alla Vena è Mariano Sticcoli, senese di nascita (1646), al quale venne presumibilmente commissionata la creazione della manifattura. Formatosi sulle orme del padre, vasaio nel quartiere di San Marco a Siena, si sposa ed ha tre figli in città, dove risiede almeno fino al 1679. Dal 1683 al 1689 conduce un’officina ceramica a Tinoni nel Vescovado di Murlo, per riapparire poi ad una trentina di chilometri di distanza come “vasaro di San Quirico” nel dicembre 1693, quando riceve un prestito in denaro dal marchese Bonaventura Chigi Zondadari. Da questo momento del vasaio si perdono le tracce, non essendo noti successivi impieghi, luogo e data della sua scomparsa.
VASAI A SAN QUIRICO NEL XVIII SECOLO
Nell’arco del decennio successivo alla presenza in San Quirico del vasaio Mariano Sticcoli, si hanno frammentarie notizie su altri quattro artigiani attivi presso la vaseria di Fonte alla Vena: Giovanni Francesco Piazzi (1695), Girolamo Lupacci (1701-1702), i senesi Antonio Brandini (1701) e Giovanni Battista Borghi (1702-1704). Negli ultimi anni del Seicento, inoltre, vi lavora Giovanni Battista Massaini, pittore senese, decoratore di maiolica e anche doratore. In seguito alla partenza per Siena di Giovanni Battista Borghi nel novembre del 1704, la manifattura viene affidata al maestro Francesco Antonio Piergentili, vasaio non originario del luogo, con il quale, durante i sette anni e mezzo della sua gestione, si avrà un sensibile incremento e miglioramento qualitativo della produzione. Dal luglio 1712 gli subentra il genovese Stefano Grogio, “pittore di vasa”, che prende in affitto la vaseria per due anni, dopo i quali ritornerà alla conduzione il Piergentili, ormai residente a San Quirico, tenendola sino alla fine del 1716. Nel gennaio 1717 inizia il periodo più fecondo per la fabbrica ceramica, con l’arrivo in paese del romano Bartolomeo Terchi, pittore di maiolica. Nel corso di otto anni, la produzione raggiungerà i massimi livelli. Poi, nel 1725, quando il Terchi si è spostato a Siena, riprende ancora una volta la vaseria il Piergentili, gestendola per un quinquennio, fino alla sua morte. A partire dal primo luglio 1730 si alterneranno alla conduzione della fabbrica, ogni due/tre anni circa, due vasai di San Quirico: Santi Tiecchi e Girolamo Apolloni. Quest’ultimo è documentato fino al 1742, mentre non si conoscono i nominativi dei successivi gestori della manifattura, che chiuderà i battenti verso la fine del secolo.
BARTOLOMEO TERCHI A SAN QUIRICO (1717-1724)
Verso la fine di gennaio del 1717, Bartolomeo Terchi, ventiseienne pittore romano, prende in locazione dai Chigi Zondadari la vaseria di Fonte alla Vena in San Quirico, subentrando al maestro vasaio Francesco Antonio Piergentili. Nato in Trastevere nel 1691, si era sposato a Roma nel 1708 con Felice Pantani, dalla quale aveva avuto la figlia Angela. Moglie e figlia, evidentemente scomparse, non sono con lui nell’aprile del 1722, quando risiede in San Quirico con i lavoranti Filippo Arrighi, Pietro Faveri, Giuseppe Crogi e Giovanni Andreucci. In questo periodo la produzione della fabbrica ha ormai raggiunto un alto livello qualitativo, con i piatti, le lastre, i vasi cuspidati, le tazze o i versatoi dal decoro istoriato, ispirato ad antichi modelli incisori: opere di pregio, realizzate per una committenza di alto rango, oltre che per gli stessi proprietari della vaseria, e comunque affiancate da un’ampia produzione di manufatti diversi destinati all’uso corrente.
Testimonianze della migliore produzione terchiana a San Quirico tre manufatti: un piatto raffigurante una scena pastorale, datato 1718, fatto in San Quirico e firmato dal pittore romano, oggi conservato presso il Victoria and Albert Museum di Londra; un bacile, presso lo stesso museo, raffigurante Venere, Ercole e Vulcano, sul retro del quale si trovano la sigla SQ (San Quirico), la data 1723 e lo stemma Chigi; una piastra con l’episodio biblico di “Mosè che fa scaturire l’acqua dalla roccia”, contrassegnata sul recto dalla scritta “Bar: Terchi Romano in S. Quirico” e conservata al Musée du Louvre di Parigi. Nel 1723, a Bartolomeo nasce il figlio Anton Felice, avuto dalla sanquirichese Caterina, seconda moglie: con loro ed un solo lavorante risiede nell’aprile del 1724 in paese, che però lascia verso la fine dell’anno per trasferirsi a Siena. In città ha uno stretto rapporto di lavoro con il pittore senese Ferdinando Maria Campani, testimoniato dalle loro opere, la cui autografia, in mancanza quasi sempre di firma, è spesso difficile da discernere. Nei primi anni Trenta abbandona Siena e giunge a Bassano di Sutri (oggi Bassano Romano), dove assume la conduzione di una bottega/fornace appartenente al principe Vincenzo Giustiniani. A Bassano rimane per una ventina d’anni per tornare poi a Roma a metà anni Cinquanta con moglie, figlio e nipoti. Morirà a Viterbo nel 1766.


















